Due ministeri liberali

“Università pubblica: Gelmini la tua assassina, Tremonti il suo mandante”. In uno striscione, uno dei tanti issati ieri di fronte a Montecitorio per dire “no” alla riforma degli atenei, c’è la sintesi del paradosso che rischia di investire Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, università e ricerca, e con lei Sandro Bondi, ministro per i Beni e le attività culturali. Nei mesi passati, i due non solo hanno attirato su di sé gli alti lai delle solite corporazioni, per definizione allergiche a qualsiasi riforma che tra le proprie parole chiave includa “meritocrazia” ed “efficienza”. Leggi l'editoriale Chi fa male alla ricerca - Leggi Ma tutti questi nuovi prof. servono proprio? dal blog 2+2 - Leggi il manuale di conversazione su scuola e università
7 AGO 20
Immagine di Due ministeri liberali
“Università pubblica: Gelmini la tua assassina, Tremonti il suo mandante”. In uno striscione, uno dei tanti issati ieri di fronte a Montecitorio per dire “no” alla riforma degli atenei, c’è la sintesi del paradosso che rischia di investire Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, università e ricerca, e con lei – in situazione paragonabile – Sandro Bondi, ministro per i Beni e le attività culturali. Nei mesi passati, i due non solo hanno attirato su di sé gli alti lai delle solite corporazioni, per definizione allergiche a qualsiasi riforma che tra le proprie parole chiave includa “meritocrazia” ed “efficienza”. Contemporaneamente, infatti, Gelmini e Bondi sono in prima linea a fronteggiare i venti del rigore in arrivo da via XX Settembre. Ieri, non a caso, Giulio Tremonti prima rassicurava “l’impegno al massimo stanziamento possibile per l’università”, ma poi concludeva beffardo: “Vado a farmi un panino alla cultura. Inizio dalla ‘Divina commedia’”.
Oltre all’ossessione per i conti in ordine, al ministero dell’Economia circola anche la convinzione che Gelmini e Bondi possano fare di più contro certi tic spendaccioni. A priori, nessuno può escluderlo. Ma secondo gli osservatori è altrettanto certo che la Gelmini, sin dal suo insediamento nel 2008, non è rimasta con le mani in mano. Anche per quanto riguarda l’opera di limitazione e riqualificazione della spesa, per la quale i rigoristi dovrebbero stravedere. Si prenda il progetto di riforma dell’Università. “Si tratta di una proposta buona per intenti e principi”, dice al Foglio Angelo Panebianco, politologo ed editorialista del Corriere della Sera: “Nessuna riforma è perfetta, ma il centrodestra in queste materie ha tutte le carte per fare bene, non essendo tradizionalmente vincolato alle lobby direttamente interessate”. Ma i conti pubblici? “Se verrà ben applicata, una legge intesa ad aumentare la qualità non potrà che razionalizzare contemporaneamente la spesa”. E tra prepensionamenti per i professori e limiti temporali agli incarichi dei rettori, tra nuovi criteri meritocratici per il reclutamento e proposta di commissariamento degli atenei con i conti in dissesto, non è difficile crederci.
All’obiezione che tutto ciò non è ancora in Gazzetta ufficiale, l’entourage della Gelmini replica con fermezza. L’intento razionalizzatore era già presente nella riforma della Scuola, approvata, dove tra ritorno al maestro unico e riduzione della pianta organica (130 mila posti-docenti e per personale Ata in meno dal 2008), è stato recuperato circa un miliardo di euro l’anno, da investire nel sistema scolastico invece che nelle spese correnti (leggi: stipendi). Idem per gli atenei: grazie alla definizione di “parametri più rigorosi”, il numero di corsi è già calato del 20 per cento, con l’eliminazione di quelli meno frequentati o con sbocchi lavorativi nulli; la riduzione delle sedi distaccate è andata di pari passo con l’incentivo dato agli atenei per federarsi. Si tratta di rigore finalizzato a liberare risorse per lo sviluppo dell’istruzione e della ricerca, ma pur sempre di rigore si tratta.
Quali tic spendaccioni?, si chiedono pure al ministero dei Beni culturali. Con l’approvazione a fine giugno del decreto di riforma delle fondazioni liriche – riguardante uno dei capitoli di spesa principali nelle disponibilità di Bondi – il ministro ha già risanato molto: blocco delle assunzioni a tempo indeterminato se non per rimpiazzare chi se ne va, integrazioni salariali rispetto al contratto nazionale concesse solo se il bilancio della fondazione interessata è in attivo, etc. Senza contare i meccanismi incentivanti, come la possibilità di ottenere l’autonomia finanziaria (ora attribuita solo al Teatro alla Scala di Milano e all’Accademia di Santa Cecilia a Roma) una volta dimostrata la capacità di gestire oculatamente le risorse. Risultato? Aumenta, tra gli esponenti della cultura e del jet set, il numero di quelli che chiedono la testa di Bondi. Ma almeno Tremonti sarà soddisfatto? A giudicare dall’andamento del Fus – il Fondo unico per lo spettacolo che l’anno prossimo sarà tagliato di oltre un terzo, a 262 milioni di euro – non si direbbe affatto.
Leggi l'editoriale Chi fa male alla ricerca - Leggi Ma tutti questi nuovi prof. servono proprio? dal blog 2+2 - Leggi il manuale di conversazione su scuola e università